Dokument-Nr. 18377
Pacelli, Eugenio an Gasparri, Pietro
[Berlin], 05. März 1925

Schreiber (Textgenese)
PacelliPacelli
Betreff
Sui funerali del Presidente del Reich Sig. Ebert
Riservato
Mi pervenne in Monaco la mattina del 3 corrente il venerato cifrato N. 121, nel quale l'E. V. R. lasciava a me la decisione se pre circa l'intervento o meno alla solennità funebre ufficiale, che il giorno seguente avrebbe dovuto tenersi in Berlino nella Capitale del Reich in onore del defunto Presidente, del Reich, Sig. Ebert. Nei giorni in precedenti il Ministero degli Esteri di Berlino mi era stato aveva continuamente telefonato dal Ministero degli Esteri per di Berlino per conoscere se avev avrei preso parte alla cerimonia, ed anzi la sera del 2 corrente, poiché io, in attesa delle istruzioni di V. E., davo evitavo sempre ris di dare una risposta decisiva, definitiva, mi fu fatto il Capo del protocollo, con cui ho buoni rapporti personali, mi fece chiaramente comprendere che la mia assenza avrebbe prodotto sfavorevole impressione. Considerando quindi che detta solennità ufficiale in casa nella residenza del Presidente era assoluta-
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mente separata e distinta dalla sepoltura [senza] della salma, che la quale doveva aver luogo in Heidelberg nel Baden, città natale del defunto; dell'Ebert; - che d la solennità medesima aveva carattere puramente civile ed ufficiale, e di di omaggio al defunto Capo dello Stato; - che la stampa cattolica in Germania era stata unanime nel tributare a lui ampie ed incondizionati e elogi lodi; - che alcuni anzi vari Vescovi, (cfr. Allegato I), tra i quali lo stesso Ausiliare di Berlino, avevano ordinato per la giornata del 4 Marzo il suono generale delle campane (1) con parole di rispetto e di elogio; mi - che in vista di ciò la mia assenza avrebbe sollevato sfavo spiacevoli commenti, rendendo così ancor più difficile la già così tanto ardua critica situazione del rappresentante della S. Sede in Berlino; mi sembrò, dopo aver altresì interrogato persone prudenti, inevitabile indispensabile, per quanto penoso, di intervenire. anche io Feci subito conoscere tale risoluzione al Ministero degli Esteri, che l'accolse con viva soddisfazione, come pure anche il Sottodecano del Corpo diplomatico, Lord d'Abernon, Ambasciatore d'Inghilterra, il quale pure pure aveva ripetutamente chiesto notizie circa la mia venuta. ; P posso dire aggiungere anzi che, a per quanto io sappia, finora ho potuto sapere io sappia la mia condotta è stata generalmente approvata. ha incontrato la generale approvazione. Del resto lo stesso Vescovo Ausiliare di Berlino coll'Assesso-
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re della Delegazione vescovile erano non solo fu presente alla cerimonia. , ed anzi ma prese anzi parte anche al corteo funebre.
Non posso tuttavia nascondere la dolorosa impressione che ha in me prodotto il costatare come la stampa cattolica in Germania, almeno per quanto si riferisce ai giornali del Centro, altresì deve dirsi ad esempio non ha avuto, come ho già più sopra accennato, che inni di lode, senza la minima alcuna <,si può dire,> alcuna chiara restrizione o riserva (1) verso un perso personaggio, che, nato cattolico, era passato al partito socialista, ed uscendo , ed uscito uscendo ufficialmente dalla Chiesa, (come secondo che ha anche dichiarato il Ministro degli Esteri, Sig. Stresemann, a vari diplomatici, che lo avevano interrogato al riguardo, fra i quali l'Ambasciatore di Francia), era morto senza i ricevere i suff Sacramenti, ed i cui funerali non portava avevano alcun segno di religione. Lo stesso piissimo ex-Cancelliere ed ora Presidente del Consiglio dei Ministri in Prussia, Sig. Marx, in un discorso tenuto agli studenti di Berlino (cfr. Germania, 5 Marzo 1925 N. 107), dopo aver affermato che l'Ebert ha amato la patria ed il popolo con tutto il cuore, ha esortato i ragazzi e le ragazze tedesche a seguire il suo esempio. Credo mio dovere di coscienza di segnalare alla S. Sede questi, Funesti equivoci, dannose reticenze, destinate a creare nel popolo, colla
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glorificazione di un apostata, morto (almeno esteriormente ed ufficialmente) impenitente, una deplorevole confusione di idee ed un pernicioso affievolimento del sano senso cattolico, e che perciò ho creduto mio stretto dovere di coscienza di segnalare alla S. Sede.
L'anzidetta cerimonia si svolse nelle sala principale della residenza del Presidente, tutta messa a lutto, ove sotto un baldacchino nero era situata la bara, ai cui piedi ardevano due ceri. Due ufficiali della Reichswehr facevano la guardia d'onore. Nessuna croce, nessun segno di religione. Il Corpo diplomatico in uniforme od in frack prese posto a destra, le Autorità le Autorità governative del Reich, della Prussia e degli altri Stati della Germania, ecc. a sinistra. Alle 3 precise entrò l'infelice vedova, dimessa, curva e singhiozzante e quasi urlante senza speranza, sorretta dal figlio maggiore. L'orchestra del Teatro dello Stato suonò la classica Marcia funebre dell'"Eroica" di Beethoven, quindi il coro dello stesso Teatro eseguì la "Totenfeier" di Giacomo Handl, il Cancelliere Dr Luther
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pronunziò il discorso commemorativo di carattere quasi interamente prevalentemente politico e la cerimonia mediocre, materialistica, ufficiale, fredda, meschina, triste cerimonia senza fede fu chiusa dal Canto funebre di Weber e dalla colla Marcia funebre di Mozart. Alla fine la vedova, alzatasi, venne verso di me per ringraziarmi cordialmente e pregarmi di ringraziare il Corpo diplomatico per la parte presa al suo lutto. Dissi all'infelice donna alcune parole di conforto e due volte l'assicurai delle mie [ein Wort unlesbar] preghiere; al che però essa appena sembrò di rispondere. Il Corpo diplomatico (e nem(e quindi nemmeno io) non par partecipò al corteo funebre, che il quale si si svolse per le vie di Berlino, dopoché la salma fu portata fuori dalla residenza presidenziale. La impressione generale avuta dai membri del Corpo diplomatico medesimo, come mi è ho appreso da vari di essi, è stata assai penosa.
Mi astengo dal narrare per il re tediare qui V. E. colla narrazione del seguito delle onoranze funebri, prestate al defunto Presidente, con enorme partecipazione di popolo perché V. E. già note dalla pubblica stampa. Stimo invece importante di riferire alcune alcune notizie assolutamente riservate sugli ultimi giorni dell'Ebert, da me apprese ieri direttamente dalla Superiora (delle Suore di S. Vincenzo de' Paoli) del Sanatorio (Westsanatorium - Joachimstalerstrasse), ove egli fu ricoverato.
Nella notte dal 26 al 27 Febbraio, poiché le condizioni del malato si erano evidentemente peggiorate ed era da e potevasi temere una prossima fine, la Superiora volle assistere personalmente l'infermo, affine di fargli comprendere la gravità del suo stato e pregarlo di mettere in regola la sua coscienza. Essa stimò il momento favorevole, perché la mattina innanzi l'Ebert aveva volentieri permesso che una Suora gli appendesse al collo una medaglia benedetta della Madonna, alla q a cui egli aveva attribuito il miglioramento verificatosi
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nel corso della giornata. Dopo la mezzanotte la Superiora cominciò a col dire all'Ebert che il le sue condizioni erano pur troppo assai gravi e che era per conseguenza diveniva per lui necessario di riconciliarsi con Dio e colla Chiesa. Ciò mise l'infermo in grande ecci agitazione ed interna lotta; grosse goccie di sudore apparvero sulla sua fronte, di guisa che la Suora dovette lavarlo e rinfrescarlo prima di poter continuare il colloquio. Essa gli propose suggerì di far lasciar venire un sacerdote e gli propose il Nunzio (non sapendo che io ero nel frattempo tornato a Monaco) o il Vescovo Ausiliare di Berlino od altro ecclesiastico; in brevissimo tempo egli avrebbe così regolato le cose dell'anima sua. Ma il Presidente rispose: "Io Le sono grato per tutte le Sue premure e ben La comprendo, ma anche Ella Ella deve comprendere il mio stato me e capire che ciò è per me i è impossibile. Allorché ero sano, ho fatto il proposito di non tornare rientrare più nella Chiesa cattolica, ed anzi, quando sono divenuto Presidente del Reich, ho formalmente dichiarato la mia uscita
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dalla Chiesa. Io non posso quindi tornare più indietro, se non voglio espormi a perdere subito il mio posto". La Superiora rispose osservò replicò che niuno che nessuno avr avrebbe appreso il l'accaduto e che sino alla nuova elezione presidenziale, la quale avrebbe luogo fra pochi mesi, egli avrebbe potuto praticare la sua compiere le pratiche religione se in segreto. Ma il l'infermo insistette: "Se si venisse a sapere che sono tornato rientrato a nella Chiesa, non sarei più eletto e forse dovrei subito dimettermi." La Superiora replicò che, quando si tratta della salute dell'anima, debbono mettersi da parte le umane considerazioni, aggiunse essere incerto ben dubbio se egli avrebbe vissuto sino alla nuova elezione, e lo esortò al a pregare almeno alquanto con lei. Avendo il malato acc Il Presidente disse: "Preghi pure; Ella sa che io sono ben riconoscente se Ella e le Sue religiose pregano per me." La Suora periora cominciò a pregare e cercò di indurre l'infermo a ripetere le sue preghiere. "Mio Dio, io credo "O mein
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Gott, ich glaube an Dich" (Mio Dio, io credo in Voi); il Presidente ripeté agitato queste parole. "O mein Gott, ich hoffe auf Dich" (Mio Dio, io spero in Voi) continuò la Superiora, ma il Presidente non volle ridire tale preghiera: "Io sono stato troppo cattivo in vita; non posso più nulla sperare da Dio". Invano la Suora gli fece notare che, per quanto grandi possano essere siano stati i peccati, Dio è sempre misericordioso e pronto al perdono; l'Ebert rimase irremovibile: "Io non posso conciliar ciò colla mia convinzione, e sarebbe una mancanza di carattere, se sperassi ancora qualche cosa da Dio, mentre, prescindendo dai miei giovani anni, in cui fui [anche] anche praticante e pio, non mi sono nella mia vita curato più di Dio ed ho anzi gettato via qualsiasi fede". La Superiora aggiunse disse allora che avrebbe proseguito colle sue Suore a pregare per lui, affinché il Signore gli concedesse lume e grazia. L'Ebert soggiunse: "Io sono ben grato per tutto ciò
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che Ella fa e, se guari sco, mostrerò volentieri la mia riconoscenza verso di Lei e la Sua Congregazione; ma quanto alla Chiesa mi lasci in pace; un ritorno non è possibile né oggi né domani, giacché non posso sacrificare il mio ufficio e la mia posizione". Questo colloquio lasciò l'infermo agi eccitato ed irre ed in irrequieto per tutta la notte.
La notte seguente la Superiora vegliò nuovamente al capezzale dell'Ebert, che visibilmente si avvicinava alla sua fine. El Essa credette di dovere ancora una volta tentare ogni mezzo per indurre lo l'Ebert a riconciliarsi colla Chiesa. L'infermo divenne di nuovo estremamente agitato, allorché la Suora gli fece comprendere che la gravità il del suo stato era ed il pericolo che egli non avrebbe lasciato più vivo quella dimora e gli ricordò essere quant quanto sia terribile cadere nelle mani del Dio vivente, esortandolo vivamente a mutar pro-
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posito e ad accogl accettare l'assistenza di un sacerdote, del che il pubblico nulla avrebbe appreso. Egli rispose con voce tremante: "Suora Superiore, Ella mi inquieta agita turba assai con simili discorsi, io non posso lasciar venire il sacerdote; del resto io non muoio, lo sento, sto meglio". La Superiora si vide penosamente costretta a togliergli questa illusione circa le sue condizioni; tuttavia non ottenne con ciò nulla, tutte le sue premure per indurlo ad naufra rimasero vane di fronte ai suoi timori dell'Ebert nei riguardi della sua posizione come Presidente del Reich. Egli era bensì profondamente commosso ed allorché la Suora pronunziò la giaculatoria: "Mein Jesus Barmherzigkeit" (Gesù mio, misericordia), egli con grande sforzo, ad alta voce e con lagrime negli occhi la ripeté una, due e tre volte. La Superiora recitò poi anche l'atto di contrizione perfetta. Dopo una pausa l'infermo le disse: "Ella mi agita
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senza scopo, giacché io non posso più tornare indietro". La Superiora gli chiese scusa, l'assicurò che non era sua intenzione di voleva in alcun modo agi inquie tarlo turbarlo, ma era preoccupata per la salvezza della sua di lui anima, che forse presto avrebbe dovuto presentarsi dinanzi al Giudice divino. Al che però l'Ebert di nuovo ancora una volta rispose: "Io non muoio; mi lasci quieto tranquillo e si renda conto della mia posizione. Io ho già fatto il proposito di non tornar rientrare più nella Chiesa cattolica e non posso ora come nome di carattere fare altrimenti. Così resta fermo. deciso. Faccia ora, La prego, venire i medici. Hallo, hallo!"
Allorché i medici furono entrarono ti, cercarono di calmare l'agitato infermo, non sapendo il motivo della della sua eccitazione. L'Ebert, di fronte così ai medici, come anche alla sua stessa moglie, non lasciò trapelar nulla di questi colloqui in materia religiosa. Poco dopo perdette la conoscenza, che non riacquistò più, finché spirò alle 10 1/4 antimeridiane.
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La moglie del defunto Presidente nelle sue visite al Sanatorio non ha mai parlato parlò mai di religione, e dopo la di lui morte diede alle Suore l'ordine espresso di non congiungere le mani del defunto, ma di comporre la salma colle braccia allungate, il che è come si usa qui in Germania per gli increduli.
Lo stesso racconto la Superiora ha fatto anche al Vescovo Ausiliare di Berlino.
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(1)Per quanto io sappia, è sinora a mia conoscenza, il solo Arcivescovo di Monaco si è opposto ad accordare il suono delle campane (Cfr. (cfr. Allegato II).
(1)Un accenno al al mancato pur troppo non avvenuto ritorno dell'Ebert nel seno della Chiesa trovasi tuttavia nondimeno in un articolo, (del resto, però, forse non del in tutto opportuno, ) del Sac. Dr Sonnenschein, pubblicato nel N. 108 della Germania.
797r, über der Betreffzeile hds. von unbekannter Hand, vermutlich von einem Nuntiaturangestellten, notiert: "C".
Empfohlene Zitierweise
Pacelli, Eugenio an Gasparri, Pietro vom 05. März 1925, in: 'Kritische Online-Edition der Nuntiaturberichte Eugenio Pacellis (1917-1929)', Dokument Nr. 18377, URL: www.pacelli-edition.de/Dokument/18377. Letzter Zugriff am: 27.11.2022.
Online seit 24.06.2016.